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Psicoterapia familiare

Si indica con il nome di terapia familiare quel tipo di terapia psicologica che si basa su due elementi essenziali quali: il “sistema” che il terapeuta prende in esame e “le relazioni” tra i membri di quel sistema.

Più correttamente infatti si potrebbe definire la terapia familiare come terapia sistemico-relazionale.

In questo tipo di approccio ai problemi psicologici si ritiene che colui che soffre e che presenta un “sintomo” esprime senza dubbio un disagio personale ma, allo stesso tempo, segnala anche un disagio più complessivo di tutto il sistema (in genere si tratta del gruppo familiare ma il concetto è trasferibile anche ad altri gruppi sociali quali gruppi di lavoro, organizzazioni, ecc.)

Il soggetto che presenta il sintomo viene spesso definito “paziente designato” poiché si pensa che il suo malessere non nasca solo all’interno della sua psiche ma egli, inconsciamente, venga “designato” dal gruppo a segnalare all’esterno il disagio di tutti.

La terapia familiare parte perciò dal sintomo per curare il sistema; parte dal singolo per valutare la sofferenza di tutti e chiede a tutti, indistintamente, di fare qualcosa per il bene di chi soffre.

Va di conseguenza che se la sofferenza è di tutti ognuno fa qualcosa per gli altri ma contemporaneamente per sé.

Il lavoro terapeutico si basa essenzialmente nel valutare le relazioni e la comunicazione tra i membri del sistema.

Si aiutano gli interessati ad analizzare i loro rapporti e il loro tipo di comunicazione dando significato a questi rapporti e al tipo di comunicazione utilizzato nel tentativo di far emergere incomprensioni, preconcetti, paure, difese, contraddizioni tra l’enunciato e il profondo, tra il detto e il non detto, tra il conscio e l’inconscio, ecc.

In questo lavoro terapeutico si debbono aiutare i membri del sistema a superare le loro difese “omeostatiche” cioè di salvaguardia dello status quo che è la situazione alla quale si è giunti nel corso della vita del gruppo e che rappresenta il modo di funzionamento che lo stesso gruppo ha costruito come quello migliore possibile.

Ogni gruppo infatti cerca le soluzioni migliori e l’equilibrio più stabile per i propri membri e, di conseguenza, la situazione raggiunta è sempre vista come l’unica o la migliore possibile anche se poi, a volte, fa star male.

Quando il terapeuta interviene per cercare di produrre un cambiamento deve perciò prestare particolare attenzione a questa situazione di equilibrio perché non c’è nulla che spaventi di più che perdere i propri punti di riferimento e le proprie certezze.

E’ sempre necessario rispettare profondamente la situazione che si incontra dandole un significato adattivo positivo: solo partendo dal valutare con attenzione e rispetto il presente si può ipotizzare di aiutare qualcuno a raggiungere equilibri diversi.

Le resistenze al cambiamento sono dunque forti e spesso sono interpretate proprio dal soggetto che ha “fatto il sintomo”.

Questo mette a volte in difficoltà il terapeuta perché “non si capisce” come difenda lo status quo chi potrebbe trarre i maggiori vantaggi dal cambiamento!

Ma se chi ha fatto il sintomo lo ha fatto per difendere, col suo “sacrificio”, l’equilibrio familiare raggiunto sarà certamente la stessa persona che attribuirà esclusivamente a se stesso tutte le responsabilità della sua condizione e del suo malessere escludendo gli altri membri del suo gruppo da ogni responsabilità e ruolo nella situazione.

Il “paziente designato” sarà particolarmente attento a difendere, soprattutto, la persona più fragile della famiglia e questo ci darà importanti informazioni sul tipo di “gioco” che questo gruppo familiare ci propone.

Rispetto al sintomo di un proprio familiare, nella stragrande maggioranza dei casi, gli altri componenti della famiglia sono spesso molto netti e decisi: il problema è rappresentato dalla persona che fa il sintomo, gli altri non hanno alcun problema e se non ci fosse “lui” tutto andrebbe bene.

Rispetto al concetto di gioco familiare è bene precisare che intendiamo per gioco quella attività, assolutamente seria, fatta di ruoli, regole, personaggi, ecc. che si possono incontrare in ogni storia familiare o gruppale.

La terapia familiare tiene conto di molti concetti mutuati dalla psicologia, dalla psichiatria, dalla sociologia, dal costume e dalla cultura, ecc. All’interno di questi concetti ritiene fondamentale che si faccia una analisi globale e in contemporanea (con tutti gli attori presenti) della situazione di disagio esistente perché ritiene che prendere i problemi singolarmente e intervenire sugli stessi singolarmente possa non produrre alcun cambiamento se il soggetto che presenta il disagio ritrova poi, dopo la terapia individuale, lo stesso ambiente “patologico” dove è nato il disagio stesso.

Cambiare individualmente, secondo la terapia sistemico-relazionale, è molto più difficile che cambiare insieme a coloro con i quali si vive il disagio.

E’ importante sottolineare che la terapia familiare non esclude, anzi ne è spesso promotrice, una terapia individuale di qualche membro che si accompagni o in contemporanea o in un momento successivo, alla terapia del gruppo nel suo insieme.

Le situazioni che meglio si prestano a questo tipo di approccio sono numerose, ne facciamo alcuni esempi:

  1. Problemi di coppia, anche sessuali, in cui lo stare insieme rappresenta dolore e fatica ma la separazione non viene neppure presa in considerazione.
  2. Problemi di un figlio/a sui quali i genitori appaiono apparentemente in sintonia ma sui quali si percepisce un profondo disaccordo che porta uno dei genitori (o entrambi) ad alleanze col figlio/a contro l’altro coniuge.
  3. Disturbi alimentari (anoressia, bulimia, vomiting).
  4. Disturbi comportamentali, anche a carattere psico-affettivo o uso di sostanze stupefacenti soprattutto quando il sintomo insorge in una fase del ciclo vitale familiare caratterizzato dalla vicinanza di un possibile svincolo del figlio/a dai genitori. (crisi in vicinanza della fine degli studi, prima di un matrimonio che sembrava tranquillo, ecc.).

La terapia familiare è fatta, in genere, da due terapeuti e necessita di un setting semplice ma particolare che è il seguente: un terapeuta lavora direttamente con la famiglia in una stanza collegata con un’altra da uno specchio unidirezionale. Dietro questo specchio, nella stanza attigua, sta il secondo terapeuta che di fatto svolge l’attività di supervisione diretta del lavoro del collega e gli dà consigli sia attraverso un citofono o chiamandolo fuori dalla stanza per un confronto diretto.

La terapia familiare è un tipo di “terapia breve”. Si programmano, in genere, 3/4 colloqui di valutazione e consulenza e circa 10/20 di terapia.

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