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Psicologia dello sport

Lo sport, come tutte le attività dell'uomo, risente in maniera evidente e significativa delle situazioni psicologiche di chi lo pratica. In tutte le attività sportive sia in quelle amatoriali che, a maggior ragione, in quelle professionali, l'agonismo e la competizione sono presenti come elementi costitutivi e basilari. Lo sport è infatti, in estrema sintesi, una metafora della lotta per la supremazia in una determinata relazione intersoggettiva tra due contendenti o tra due gruppi (squadre) di contendenti. Non a caso c'è uno che vince e l'altro che perde e non a caso le attività sportive, a qualsiasi livello siano esercitate, forniscono innumerevoli spunti per metafore legate alla superiorità/inferiorità, alla bravura/non bravura, all'essere desiderabile o non desiderabile come soggetto di identificazione, ecc.

Forse proprio per queste caratteristiche intrinseche e strutturali le attività sportive si prestano a riflessioni sul ruolo che la condizione psicologica dei partecipanti gioca nell'avere successo o al contrario nel risultare sconfitti. Ciò accade in misura più evidente negli sport individuali ma succede altrettanto correntemente negli sport di gruppo dove il clima emotivo complessivo e le influenze psicologiche reciproche possono diventare un elemento di rafforzamento del gruppo nel raggiungere i propri obiettivi o, al contrario, di limitazione delle capacità di quella squadra di ottenere successo.

Una metafora che viene spesso usata in alcune specifiche situazioni sportive è che, in particolare quando si avvicina la fine della competizione e l'atleta (o la squadra) è in vantaggio e sta per vincere, sopraggiunge la cosiddetta "paura di vincere". E così le capacità sportive diminuiscono drasticamente, le competenze sembrano improvvisamente sparite, attività e gesti fino ad allora ben padroneggiati scompaiono e così via. Tale crisi può portare alla sconfitta o quantomeno a mettere in serio dubbio la vittoria che, se pur arriva, diventa elemento di grande sofferenza. Tutto ciò comporta poi una serie di conseguenze emotive negative per le gare successive dove si ripresenterà fortissimo il rischio che quel ricordo di paura e di insicurezza si riattualizzi diventando un elemento caratterizzante di quell'atleta o di quel gruppo.

 

La paura di vincere

Che cos'è dunque la paura di vincere? Perché si dice di qualcuno che non è vincente? Perché alcuni sportivi invece riescono a utilizzare al meglio tutte le loro potenzialità psicologiche e atletiche per rendere sempre al meglio in ogni competizione ? E' possibile cambiare e uscire da queste condizioni di paura e di insicurezza riuscendo a mettersi in gioco pienamente con tutte le proprie competenze psico fisiche?

Crediamo che per rispondere a queste domande che ovviamente sono solo alcune delle tante che ci si potrebbe porre a proposito della cosiddetta "paura di vincere", sia utile tornare ad una delle principali affermazioni fatte sopra. Ci riferiamo al concetto che lo sport è una metafora della competizione tra persone. Se ciò è condiviso possiamo ipotizzare che ciò che spaventa e produce ansia non è tanto la metafora, cioè lo sport, ma la relazione interpersonale con l'altro e la relazione, spesso inconscia, con se stessi.

Con ciò si vuole dire che la paura di vincere, a volte anche la stessa paura di competere, è legata alla idea che la persona ha costruito sul sé, ai valori che si attribuisce, alla posizione che pensa di meritare nella società, al ruolo che ritiene di poter giocare nel mondo. Di conseguenza attraverso la paura di vincere la persona esprime l'idea di quello che ritiene sia il proprio ruolo nel mondo, un ruolo di persona fragile e insicura e la sensazione di "valere poco". Se vincesse dovrebbe accettare l'idea di essere "superiore", almeno per quella attività e relativamente a quella persona ma tale sensazione può essere per lui troppo forte e pericolosa perché rappresenta un cambiamento della idea di sé che l'individuo non è ancora pronto ad accettare.

Non essendo pronto ad accettare questa possibile nuova idea di sé preferisce perdere o anche non lottare e rimanere nella propria condizione che se pure a volte gli pesa è tuttavia in un certo senso rassicurante perché è ben nota e chiara.

E' ormai assodato che il cambiamento personale, anche quando potrebbe portare a condizioni migliori e più adattive è sempre una cosa particolarmente difficile e spesso la persona "preferisce" rimanere nella propria condizione data perché essendo conosciuta rappresenta una condizione meno ansiogena che non il risultato del cambiamento che è, ovviamente, ignoto.

 

L'idea di sé o identità personale

Perché ogni persona ha una certa identità personale e non un'altra o, per meglio dire, ha una certa idea di sé? Preferiamo usare questa seconda definizione perché introduce meglio il concetto della evoluzione continua di tale idea di sé che in effetti è in continuo cambiamento. Il concetto di identità rimanda invece ad una idea statica che è assolutamente non rappresentativa di questa condizione.

Un approfondimento di questo concetto ci porta inevitabilmente alla storia della costruzione della personalità del soggetto, alle sue prime relazioni emotive con le figure di attaccamento e alle risposte che egli ha avuto da esse relativamente alle sue richieste di cura e attenzione. E, allo stesso tempo, alle aspettative che egli ha rappresentato per i suoi genitori e alle modalità attraverso le quali ha risposto alle loro richieste di impegno e di rispetto delle regole.

In sintesi tutto ciò ci rimanda a come si è sviluppato il senso di sé come persona amabile e desiderabile e come questa persona amabile e desiderabile ha poi affrontato i compiti e i doveri che gli sono stati richiesti dalle figure significative e dalla realtà sociale.

Una persona è diventata sicura di sé se si è sentita amata, protetta e degna di cura. Ciò le avrà permesso di costruire una personalità capace di affrontare le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta a tutti. Una persona insicura, non convinta del proprio valore e con una idea di sé fragile avrà invece vissuto e sperimentato relazione affettive incerte, con segnali contraddittori e ambivalenti o a volte francamente rifiutanti. La conseguenza è che inevitabilmente si troverà davanti ai compiti della vita con un bagaglio di minori convinzioni, di minor fiducia e sicurezza e potrà più facilmente non credere nelle proprie potenzialità e nei propri valori.

Tutto ciò si riverbera anche nella competizione sportiva che è, lo ripetiamo, una semplice metafora del proprio modo di relazionarsi con gli altri e col mondo.

A questo proposito e a titolo esemplificativo pensiamo, per esempio, a tutti quei momenti dove lo sportivo in preda all'ansia della competizione non vede l'ora che la partita (cioè la fonte dell'ansia) finisca. In quei momenti la sua principale preoccupazione non è vincere ma far cessare la sofferenza psicologica.

Oppure pensiamo anche a quei casi in cui lo sportivo rinuncia a competere perchè giudica quell'attività sportiva non più interessante e non più divertente. Si crea dunque un alibi, prima di iniziare la competizione stessa, per non accettare la lotta con tutte le conseguenze (per lui sgradevoli) che essa produce e per dirsi che in fondo quella cosa non gli piace più. E' come la favola della volpe e dell'uva che quasi tutti conoscono. Siccome l'uva è situata fuori dalla portata della volpe essa si dice che comunque non è matura.

Il lavoro che il nostro studio può offrire ai singoli sportivi e alle squadre è dunque da un lato un lavoro sulla idea di sé, sulla comprensione della propria storia personale e delle modalità attraverso le quali si è costruita la propria sicurezza/insicurezza personale e dall'altro un lavoro sul gruppo, sulle reciproche relazioni, sulla fiducia/sfiducia degli altri verso di me e mia verso gli altri. Tutto ciò attraverso un lavoro psicologico di accompagnamento e di arricchimento individuale e gruppale che porti la persona e il gruppo, dopo aver dato un senso ad eventuali sensazioni di insicurezza, a pensarsi e ad accettarsi più forti e più competenti.

 

Guardare avanti

Chi pratica una attività sportiva è capace di guardare avanti? Oppure resta legato al passato! Voglio dire: riesce a non pensare solo all’errore commesso, al risultato mancato, all’occasione persa?

E’ molto comune (ed è bene dire che è altrettanto normale e comprensibile) dispiacersi per gli errori commessi e per le cose che non si sono riuscite ad ottenere o realizzare. Chi non è arrabbiato, dispiaciuto o imbarazzato per le sue cattive performance? Penso nessuno. Detto questo è caratteristico di alcune persone riuscire a chiudere in fretta il capitolo dei brutti ricordi e nello stesso tempo mettere in campo di nuovo se stessi con le proprie capacità, convinzioni e sicurezze.

E’ invece caratteristico di altre persone sostare troppo a lungo sulle cose sbagliate, sugli errori e sulle conseguenze che tali episodi hanno sulla propria idea di sé. Conseguenze ovviamente negative e non costruttive che inducono il soggetto a pensare di essere stato poco capace, di avere sbagliato per propria colpa e di essere dunque una persona che vale poco. Vorrei precisare che si tratta di meccanismi piuttosto complessi e che in queste poche righe vengono presentati in maniera sintetica ma fondamentalmente corretta. Si tratta di aiutare a riflettere su alcuni meccanismi che concernono la costruzione della idea di se con la conseguente fiducia o sfiducia, sicurezza o insicurezza nelle proprie capacità e la ulteriore conseguenza sul proiettare se stessi nel futuro.

Se infatti il soggetto rimane più legato alle esperienze negative senza darsi il permesso e l’opportunità di “perdonarsi” per ciò che ha fatto non riuscirà ad andare avanti con sufficiente fiducia e convinzione. Di conseguenza le esperienze future saranno più a rischio di ulteriore insuccesso che se lo stesso soggetto sarà stato capace di lasciarsi alle spalle i propri errori o i propri insuccessi e si sarà permesso di continuare a darsi fiducia e credibilità.

 

Ma che cosa distingue il soggetto che guarda al futuro da quello che rimane legato al passato?

La distinzione fondamentale è quale idea di se questi soggetti hanno costruito. Una persona che ad ogni suo errore ha incontrato sanzioni, disconferme, critiche ecc. ha probabilmente costruito una idea di se negativa, di persona poco capace, di persona che delude le aspettative, di persona poco amabile. La persona che dopo un suo errore ha trovato chi glielo ha fatto notare ma lo ha poi sostenuto, che gli ha detto di avere sbagliato ma ha anche distinto l’errore dalla persona che ha commesso l’errore sostenendolo nel provarci di nuovo, si sarà convinto di avere delle opportunità, delle capacità e qualcuno che lo sostiene nei difficili percorsi della vita. Il primo, colpito nella sua persona, rimarrà legato ai propri insuccessi e vivrà anche gli eventuali successi come casuali, non ripetibili, legati più alla fortuna che alle proprie virtù: questo lo lega al passato e gli preclude il futuro. Il secondo avrà imparato che fatto un errore non per questo il mondo finisce, che se ha sbagliato una volta non per questo lui è un incapace ma che se ci riprova e si impegna ce la può fare. Questa persona guarderà dunque al futuro, guarderà avanti dandosi delle nuove opportunità e credendo di poter raggiungere i propri obiettivi.

Ciò è vero nelle competizioni sportive che, come abbiamo detto, sono una metafora della vita e delle difficoltà che la vita presenta a tutti, ma è altrettanto vero nella vita in generale. Guardare indietro o guardare avanti diventano dunque delle metafore di modelli di comportamento. Guardare indietro ai propri errori è essenziale per non commetterli più. Guardare avanti non significa dimenticare superficialmente i propri errori ma darsi l’opportunità e il permesso di fare meglio domani. Nelle competizioni sportive ciò è essenziale. Nella vita lo è ancora di più.

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